Israele, day 4: lo Yad Vashem (il Museo dell’Olocausto) e la Cupola della Roccia

Siamo al quarto giorno a Gerusalemme. Finora questa città così carica di storia, di fede e di miti mi aveva colpita ma non ancora emozionata. Oggi però ho sentito salire un groppo alla gola e gli occhi riempirsi di lacrime. Ed è successo nell’unico posto in cui poteva accadere: Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto.
Un posto e un nome, da Isaia 56:5: “Ed io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome (Yad Vashem) darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato”.

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Nella sala dei nomi tre milioni e mezzo di fogli di testimonianza, la storia di tre milioni e mezzo di persone, ricostruite attraverso i ricordi di chi li ha conosciuti e ha saputo qualcosa delle loro vite e della loro fine. C’è ancora spazio, perché la ricerca continua.
Andateci allo Yad Vashem Museo dell’Olocausto, per i 6 milioni di ebrei morti nei campi di concentramento, per il milione e mezzo di bambini uccisi, per ogni pianta nel giardino dei giusti delle nazioni (molti gli italiani), per la lista di Schindler che è conservata qui, ma soprattutto per quanti continuano a credere che la Shoah sia un’invenzione.

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Per raggiungerlo: tram 1 fino al capolinea e poi navetta gratuita.
Ingresso gratuito ma vietato ai minori di dieci anni.

Abbiamo visto i luoghi sacri del cristianesimo e quelli sacri per l’ebraismo. Oggi pomeriggio siamo entrati nel luogo sacro per l’Islam: il Monte del Tempio con la Cupola della Roccia. È possibile entrare solo un paio di ore al mattino e un’ora nel primo pomeriggio. La coda è lunghissima ma ne vale la pena.

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La bellezza salverà davvero il mondo, chiunque l’abbia creata. L’oro della cupola, i mosaici azzurri, giallo e verdi, l’armonia della struttura... tutto rende il luogo di uno splendore che lascia senza fiato.
La bellezza mi incanta, sempre e comunque, soprattutto nell’arte e nell’architettura, ma non dimentico che sotto di me c’è il Muro del Pianto e che la fragilità aleggia ovunque, protetta dai mitra dei soldati perché, in qualunque parte del Kotel tu sia, la pace non è ancora arrivata. Mando una foto ad Adnam: è contento che io abbia visto questa parte di Gerusalemme così vicina a lui.

C’è un posto nel cuore di Gerusalemme dove rifugiarsi per pranzo: è l’ostello austriaco vicino alla terza fermata della Via Dolorosa. Cercate un portone in cima a una scalinata e suonate. Salite due rampe di scale ed entrerete in un fresco edificio pervaso da ordine e musica classica. La caffetteria è il posto ideale per mangiare (menù austriaco of course) e ritemprarsi, all’interno o nel giardino. Lo strudel da solo merita una sosta. Ma noi lo abbiamo amato proprio come punto in cui prendere fiato in una città con dedali di suk e migliaia di persone. È possibile pagare solo in contanti ma accettano euro e dollari.
Se capitate in certi orari, quando il muezzin chiama per la preghiera e i cristiani intonano le Ave Maria della Via Dolorosa, allora i contrasti di questa città vi saranno ancora più evidenti e la amerete ancora di più.

A cena andiamo a Ben Yehuda: ragazzi e ragazze a frotte, ristoranti e fast food di qualsiasi genere. Se non avessi vissuto lo Shabbat in questa stessa zona due giorni fa non potrei credere che qui il sabato c’è il deserto e in settimana la città è viva e vitale anche la sera.

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