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Come vengono ricamate le stoffe tipiche del Salento? Le mani sapienti che mantengono viva la tradizione

Niccolò Fontanaridi Niccolò Fontanari· 25/08/2026 20:19
Come vengono ricamate le stoffe tipiche del Salento? Le mani sapienti che mantengono viva la tradizione

Nel Salento il ricamo non è un vezzo, è un ritmo di mani e stagioni. Ogni volta che torno da queste parti con lo zaino leggero e la bici pieghevole, finisco per perdermi tra fili tirati, nodi e trame di storie. Qui ho imparato che per capire una stoffa bisogna osservarla di taglio, ascoltare chi la lavora e, se possibile, toccarla con rispetto: dita pulite e passo lento.

Da dove nasce la trama

Prima del ricamo viene la tessitura. Nelle case e nelle botteghe del Salento si usano ancora tele in lino e cotone, talvolta canapa antica, tessute al telaio a licci. La scelta del filato è decisiva: un lino medio permette uno sfilato pulito; un cotone ritorto fine rende i punti più regolari e compatti. Nei mercatini capita di trovare tele di decenni fa, irregolari ma tenaci, ideali per lavori tradizionali.

La base più amata è la tela semplice, griglia perfetta su cui sfilare trame e ricamare il disegno. È un lavoro a due tempi: prima si prepara il campo, poi si costruisce l’immagine punto dopo punto. Me l’hanno insegnato più volte le artigiane di qui: non si affretta la trama, si accompagna.

Le tecniche che fanno scuola

Lo sfilato leccese è il cuore. Si tolgono fili dalla tela creando finestrelle regolari (i “vuoti”), poi si ricostruisce un retino con barrette e cordoncini. I motivi classici sono geometrici: greche, rosoni, stelle. I bordi si definiscono con punto cordoncino e punto a giorno. È una tecnica pulita, dove l’aria conta quanto il filo.

Il chiacchierino, lavorato a navetta o ad ago, disegna pizzi leggeri tramite anelli e archetti. Qui lo vedo spesso come bordo per asciugamani e centrini, a volte applicato su lino grezzo per un contrasto netto. Il ritmo è ipnotico: nodi doppi, pippiolini, ancora nodi, e così via. Il risultato è un pizzo elastico e resistente, se fatto con filo buono.

Il macramè si muove a colpi di nodi: piano, mezzonodo, festone. Con pazienza diventa frange per tende, borse, inserti su abiti da mare. In alcuni paesi si lavora anche il filet: prima si crea la rete con un modano, poi si “riempiono” i quadretti a disegno. Tecniche diverse, stesso obiettivo: dare forma al vuoto.

Un pomeriggio in bottega

Mi è capitato di recente di fermarmi in una bottega nel centro storico di Lecce. Due sorelle al bancone, sedie basse, luce buona. Una stava ricamando uno sfilato su lino avorio: quattro ore per rifinire un bordo da quaranta centimetri, mi ha detto. Abbiamo parlato di pazienza, ma soprattutto di misure: “Prendi bene la dimensione del tavolo, pensa alla caduta della tovaglia, non ai centimetri tondi”. Sono uscito con un runner su commissione e un promemoria scritto a matita: non chiedere mai “quando è pronto”, chiedi “come lo vuoi far vivere sulla tua tavola”.

In quei gesti ho intravisto ciò che gli antropologi chiamano Patrimonio culturale immateriale: non l’oggetto, ma il sapere che gli dà forma. Che cosa resta quando il pizzo si logora? Restano le mani che lo ricostruiscono, e la rete sociale che lo sostiene.

Cosa osservare per capire se è autentico

Un lettore mi ha chiesto come distinguere un ricamo artigianale da uno industriale. Non serve fare il perito, basta esercitare l’occhio e fare due domande mirate.

  • Retro del lavoro: dev’essere pulito, con pochi nodi e fili ben “affogati”. Se è caotico, è segno di fretta o macchina.
  • Regolarità senza rigidità: gli spazi dello sfilato sono simmetrici, ma mai “perfetti” al millimetro come al laser.
  • Filo e mano: al tatto un buon lino “suona” se lo pizzichi leggero; il poliestere lucido tradisce i lavori più economici.
  • Tempo di esecuzione: un centrino da 30 cm a pochi euro non quadra. Chiedi quante ore richiede: la risposta dice molto.

Se puoi, osserva alla luce radente: i rilievi dei punti devono emergere senza buchi casuali. E chiedi sempre chi ha fatto cosa: preparazione, orlo, ricamo. L’artigiana che risponde nel dettaglio, di solito, ha fatto davvero quel pezzo.

Strumenti, gesti e postura

L’ago giusto cambia tutto: per sfilato serve un ago a punta fine, per chiacchierino ad ago se ne usa uno lungo e flessibile; con la navetta la scelta è tra classiche in metallo e leggere in plastica. La navetta deve scorrere senza trattenere il filo: se strappa, cambiala.

Seguo sempre il consiglio delle artigiane salentine: sedia bassa, braccia appoggiate, luce dalla sinistra (se sei destrorso), pause ogni venti minuti. Ricamare non deve tirare la schiena, né il filo. Una postura corretta incide sulla qualità del punto quanto l’esperienza.

Errori tipici da evitare

  • Tirare troppo il filo: lo sfilato “collassa” e la tela fa grinze. Meglio fermarsi e allentare.
  • Saltare il fissaggio dei bordi: senza cordoncino o giorno ben serrato, i fili sfilati scappano al primo lavaggio.
  • Filo sbagliato sul tessuto sbagliato: cotone grosso su lino fine crea un effetto rigido e poco elegante.
  • Lavaggi aggressivi: candeggianti e centrifuga annullano settimane di lavoro in dieci minuti.

Acquistare bene, pagare il giusto

Quando compro un pezzo chiedo sempre la storia: disegno, ore di lavoro, materiale. Non è curiosità sterile: serve a valutare il prezzo e a creare fiducia. Se c’è, prendo il contatto diretto dell’artigiana per eventuali riparazioni. È il modo migliore per far vivere a lungo un manufatto.

Per gli ordini su misura porto misure precise, scatto foto del tavolo o della finestra, e scelgo due palette colore al massimo. Meno indecisione, più qualità. Pagamento trasparente: acconto all’ordine e saldo alla consegna, con tempi realistici. Un buon ricamo non nasce in un weekend.

Cura e manutenzione

A casa tratto i tessili salentini come si fa con quelli ereditati. Lavaggio a mano in acqua tiepida con poco sapone di Marsiglia, risciacquo abbondante, asciugatura su piano all’ombra. Niente torsioni. Per lo sfilato, stiro dal rovescio con panno umido a temperatura medio-bassa. Per conservare: arrotolo in carta velina senza acidi, mai in buste ermetiche. E, una volta l’anno, li faccio “respirare” stendendoli per qualche ora.

Arrivare senza fretta

Per cercare botteghe autentiche mi muovo in treno e bici. La linea delle Ferrovie del Sud Est collega bene Lecce con molti centri del Salento; dalla stazione spesso bastano dieci minuti a piedi per essere nel cuore dei borghi. Le Pro Loco sono ottime alleate: chiedete dei laboratori artigianali che accettano visite, meglio su appuntamento per non interrompere il lavoro.

La luce migliore per vedere i ricami è la mattina. Portate contanti (molte botteghe non hanno POS), un metro da sarta per prendere misure e la pazienza di ascoltare. In un viaggio lento è il tempo speso a fare la differenza: tra una tazza di caffè leccese e un campione di filo, si impara più che in mille tutorial.

Se arrivate d’estate, mettete in conto che molte artigiane lavorano per le consegne degli sposi. In bassa stagione, invece, c’è più tempo per spiegare e far provare un punto. Ho visto mani inesperte illuminarsi davanti a un semplice punto a giorno: il gesto giusto è contagioso.

Quando lascio il Salento infilo sempre nello zaino un pezzo piccolo: un bordo di chiacchierino, una presina a filet. Sono ricordi leggeri e utili, promemoria quotidiani di un sapere che, finché avrà mani e occhi pazienti, non smetterà di tessere legami.

Niccolò Fontanari
Niccolò Fontanari

Niccolò è cresciuto tra le colline toscane, e da quando ha attraversato a piedi la Via Francigena si è dedicato a raccontare cammini e itinerari insoliti in Italia e in Europa. Ama scoprire piccoli borghi e viaggiare con lentezza, privilegiando i mezzi green.